Pane e Cioccolata – L’amaro in bocca e la dolcezza di Max Delys

Il tema della migrazione italiana verso la Germania potrebbe rappresentare un filone letterario/ artistico a sé stante.

Perché se è vero che Goethe soffriva di Mal di Italia, e grazie ai suoi limoni è riuscito a creare il mito Italia con una strategia di marketing ante litteram, da parte italica, la Germania e il mondo tedesco non smetterà mai di esercitare un fascino tutto contraddittorio verso la seducente penisola.

C’è questa citazione di cui oramai si sono perse le fonti, che ripeto ogni volta che mi confronto con la vecchia battaglia sugli stereotipi italo VS tedeschi, soprattutto durante le mie missioni come accompagnatrice turistica di anziani gruppi di tedeschi in Italia. E fa cosi:

I tedeschi amano gli italiani ma non li stimano / Gli italiani stimano i tedeschi ma non li amano

Appunto. Una storia complicata, due mentalità, due mondi completamente diversi che potrebbero integrarsi e completarsi ma non ce la fanno, imprigionati nelle loro convinzioni di essere uno migliore dell’altro.

Ma non ci stiamo dicendo nulla di nuovo. Queste riflessioni sono già state fatte da orde di emigrati, Gastarbeiter, lavoratori ospiti, quelli che emigravano con la famosissima valigia di cartone. Con i treni dalla Sicilia. Passando lo smistamento e i controlli medici a Verona e con i quartieri dormitorio delimitati col filo spinato. Con i cartelli davanti alle discoteche “Vietato l’ingresso agli italiani”.

Potrebbero darci lezione di emigrazione, i nostri nonni “expat”.

Durante le mie peregrinazioni teutoniche ho avuto la (s)fortuna di capitare a Wolfsburg. La città della Volkswagen, quella che, dopo l’accordo per il reclutamento di manodopera italiana fra Italia e Germania, nel gennaio del 1962  vide arrivare in stazione il primo treno straordinario con i primi operai italiani e di là molti altri treni, fino a arrivare nei periodi di punta una comunità italiana pari a 7.000 unità.

Wolfsburg aveva un Istituto di Cultura ed io ci sono finita come tirocinante esattamente dieci anni fa…  un posto surreale. Una città costruita ex novo, voluta da Hitler per dare alloggio agli operai che avrebbero costruito la macchina della Kraft durch Freude, il maggiolino.  Una città fantoccio, alloggi come caserme. A guardare la mappa della città si vede che l’area della Volkswagen è pari a metà della città stessa. Una città che vive in funzione dei turni, del Betriebsrat, delle promozioni, degli scioperi. “Quando la VW ha la tosse, Wolfsburg ha la febbre”, dicono gli abitanti.

Sono una curiosona e mi sono immersa subito nel tessuto sociale affamata di storie e di “cose vecchie”. Non fosse altro per capire come mai nel centro città, nella Einkaufsstrasse, uguale a mille altre città tedesche al centro commerciale si vedevano a tutte le ore simpatici signori anziani comodamente seduti sulle panchine discorrere fra di loro animatamente, ma nello stesso tempo con tutta la calma del mondo…. e con un accessorio particolarmente “auffällig”, appariscente: la coppola. Capannelli di distinti signori anziani con la giacchetta e la coppola.

Un’immagine alla quale chi è del Sud è più che abituato. Passeggiare per il corso, la piazza, la città e sorridere a coloro che finalmente posso godersi la pensione. Con l´unica differenza che non ero in Italia, ma a Wolfsburg, nel cuore della Germania, nella provincia hannoveriana.

Cominciai a sviluppare un grande interesse verso questa città misconosciuta, forse la più brutta città della Germania. Eppure Wolfsburg è stata per me una grande palestra di vita.  Quei signori, e signore, non vedevano l’ora di raccontare la loro storia, le loro emozioni e i loro aneddoti, morivano dalla voglia di rendermi partecipe di una storia troppo poco raccontata. Mi hanno insegnato la migrazione dura, lo sforzo, il rimboccarsi le maniche, il sudore, il sacrificio.  La signora Gina, di Catania, la donna delle pulizie del museo dove lavoravo che non era mai stata più di 40 km lontano da Wolfsburg, e il signor Cimino, di Agrigento, con il suo stile elegante e sempre distinto nel dirigere il team della cassa e della sorveglianza del museo. Il suo sguardo pieno di orgoglio, dignità e fiducia…

Cosa ci porta a e-migrare? Possiamo parlare di emigrazione, oggi dove siamo comunque e a tutte le ore in almeno due posti anche se lontani più di 1000km? Mentre mangi parli con i tuoi che sono forse dall’altra parte del mondo? Expat, migrante, straniero, Ausländer? Ha senso ancora tutto questo codificare?

Eppure da qualche settimana a questa parte mi torna in mente la scena di uno dei film che hanno fatto la storia della migrazione italiana…  e quello che mi sembrava lontano anni luce dieci anni fa è all’improvviso vicinissimo ….  Durante una serata di musica, teatro ed improvvisazione italiana, a Wedding , BERLINO, 2019.

 


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